E’ da quando abbiamo iniziato a parlare dell’idea Samiszdat che ci vengono chiesti dettagli, spiegazioni, precisazioni. Quindi è meglio essere esaustivi, una volta per tutte, e spiegare per filo e per segno quali sono i motivi che ci hanno portato a infilarci in quello stretto pertugio che si rivela, quotidiana-mente, l’editoria clandestina. Prima di tutto è importante ricordare i padri. Prima di noi ci sono stati altri coraggiosi, che con mezzi tecnici addirittura più poveri, ma forse più poetici, hanno editato in modo carbonaro. Due di questi sono in qualche modo responsabili di quello che è successo dopo.: “I figli belli” e la “Smith e LaForgue”. Sono due editrici clandestine nelle cui collane si trovano alcuni dei libri che abbiamo amato di più negli ultimi anni. Proprio la presenza dei loro libri (stampati in casa o in ufficio, rilegati a mano con la spilla nel mezzo, con la copertina in bristol poroso o in cartoncino nero che continuano a mostrarcisi facendo capolino dalla nostra libreria) ha contribuito a farci decidere, a farci ragionare in questa direzione. Da anni ci interessiamo di letteratura, non perché sia un campo d’indagine inerente al nostro lavoro: siamo forti lettori. Da qui nasce l’amore per la parola scritta. Ma, nella crescita che con-traddistingue ogni lettore, noi abbiamo colto un particolare che sfugge alla maggior parte della platea. I libri che ci siamo trovati per le mani, editi dalle case editrici italiane grandi e piccole, avevano un particolare comune: erano scritti nello stesso modo. Non intendiamo dire che siano tutti uguali, ma la forma (e il più delle volte la sostanza) è la stessa che possiamo trovare nei libri editi trenta, quaranta, cinquant’anni fa. Pare impossibile che in un lasso di tempo così lungo l’evoluzione si sia interrotta. Possibile che non ci sia stato nessuno che (cosa che è sempre accaduta nel succedersi delle generazioni) interpretasse un moto di rottura, un radicale cambiamento? Non siamo stati così bravi da arrivarci per pura deduzione. Noi eravamo facilitati da un fatto che per molti altri è precluso: noi leggevamo anche qualcosa di diverso. E qui serve un’altra digressione. Non siamo solo lettori, ma anche scrittori. E questo fatto ci ha consentito di venire a contatto con altri scrittori e di leggere le loro opere. Tutti emeriti sconosciuti, come noi. Però quelle letture erano, quando non esaltanti, coinvolgenti, quanto meno diverse. Ci spingemmo a definirle, temerariamente, nuove. Da allora ci siamo dedicati a divulgare il verbo. E’ nata la Bi-blioteca Clandestina Errabonda, un cenacolo letterario che, prima a Livorno e in seguito a Parma, ha gestito una quantità sorprendente di incontri, serate letterarie, eventi pubblici, partecipando a manifestazioni prestigiose con un’unica missione: mettere in contatto dei lettori (per pochi che potessero essere) con alcuni degli autori che ci avevano fortemente colpito. Una lunga corsa che copre dieci anni di lavoro, di incontri e scontri, di collaborazioni. Mantenendo intatte le eredità prove-nienti dalle più svariate fonti: una per tutte Karpòs fra i cui fondatori si trova uno di noi e molti degli autori pubblicati nella collana. L’apprezzamento per questi autori non è un innamoramento momen-taneo. Ogni scrittore incappato nella pubblicazione in Samiszdat è stato letto negli anni, apprezzato e amato ben prima che l’idea stessa di una casa editrice clandestina prendesse forma. Ma perché clandestina? In Italia mettere in piedi una casa edi-trice non è particolarmente complesso o dispendioso. Ce ne sono migliaia, per lo più editori a pagamento. E, quando non a paga-mento, comunque mercenari, scambisti (non in senso sessuale ma di prostituzione si tratta). In definitiva, dopo un’analisi appena attenta, ci siamo resi conto che le due editorie, quella piccola, con tutti i difetti che si porta dietro (scarsa organizzazione, mancanza di fondi, scarsa capacità e professionalità) e quella grande con i suoi guai (necessità del guadagno a breve, miopia intellettuale) non possono essere la risposta alla domanda che nessuno ha mai espresso ma che noi sentiamo di dover dare: c’è qualcosa di nuovo? Qualcosa che sia più vicino alla nostra voce, al nostro sentire e essere? Faccio un esempio stupido: io amo profondamente “Lolita”, ma lo amo perché lo inquadro nel suo tempo. Adesso è superato. Per cui è bellissimo da leggersi, ma non mi racconta il mondo che vivo. E io vorrei leggere anche di questo. Per cui, anche questa non è una conclusione solo nostra ma il risultato di tante discussioni notturne, dopo alcune delle tante serate letterarie passate, non è soltanto un problema di nuova letteratura. Anche i mezzi devono essere nuovi. Dobbiamo cambiare i canali distributivi, il modo stesso di editare e diffondere i libri. In più c’è internet, croce e delizia. Maggiori possibilità e, contemporaneamente, accesso semplificato. E dove c’è quantità, automaticamente la qualità scema. Già prima il numero degli scrittori era enorme. Adesso deborda. Serve quindi una sorta di certificazione. Samiszdat vuole essere questo. Un’autocertificazione, per la verità. Che serberà il proprio valore soltanto se ne applicheremo con rigore i dettami. Che crescerà in credibilità soltanto se riusciremo a tenere la barra ben stretta nelle mani e non cederemo alla cosa comoda e facile. Adesso mancano ancora i canali distributivi, che dovranno essere sostituiti dai lettori, quelli appassionati, quelli che considerano un buon libro come un tesoro da condividere. Da qui nasce l’idea degli untori. Ma di questo è prematuro parlare.