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Fuori Firenze era fiori e farfalle, una mezza stagione, odore di tessuti, velluto e terracotta, strade turistiche, turiste assola-te, addobbate addobbati, portieri d’albergo in attesa di dollari o giapanisyen; torturato procedevo procedevamo senza scuse, solo il ronzio degli split dell’aria condizionata sopra le serrande dei ristoranti indiani.
Fuori Firenze era fiori e farfalle, in mano l’indirizzo scritto male su un volantino di un negozio di scarpe coreano. Mi si accelera il battito quando corro, l’affanno, aspiro a un passo di lentezza, un passo che inganni, che sembri che non, che sembri che, in definitiva, l’ansia di non incontrarti più.
Così da un balcone una genziana perde o perdeva o perse petali; la donna alla finestra tira tirava tirò a sé i panni e arrotolando il filo sembrava, sembrerebbe o sembrò pescare, ricamare una danza ostinatamente quotidiana.
Inerme, petali di genziana sul capo ricevo e sto.
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